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Diario
11 gennaio 2010
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E'
la quinta volta che sfidiamo una tempesta di sabbia e restiamo
fottuti in mezzo al deserto; inibiti dentro una 4x4 che avendo l'asse
inclinato riesce a malapena a tenere la destra.
Ci
si abitua facilmente a questo paesaggio di case diroccate, di case
senza tetto, di case senza case che spuntano come funghi lungo il
ciglio di quella che per il paese in cui ci troviamo, la Palestina,
dovrebbe corrispondere ad un'autostrada; un'autostrada atipica, che
ricorda solo quelle del Cairo e di Bombay, in cui capita spesso di
trovare macchine che, contromano, si divertono a schivarsi o, in
alternativa e in caso di scarsa visibilità come oggi, a giocare
all'autoscontro; ci si abitua presto ai fari verdi dei minareti,
segnalati ogni duecento metri dai cori di chi ha potuto permettersi
l'altoparlante più grosso da coprire i fantasmi delle nenie vicine.
Ci
si abitua meno a queste lapidi sparse nelle campagne abbandonate,
riconoscibili solo da un mucchietto di pietre ammassate, che se non
lo sai pensi subito a disfarle, come fanno i bambini che con una
pedata trascinano in mare i castelli di sabbia.
(quanto
mi riescono bene i castelli di sabbia, quanto mi riesce bene far
vivere d'amore e d'accordo i due ometti che ci abitano dentro)
Dicevo
dei mucchietti di pietre.
Ci
si abitua così presto a questi paesaggi che a me bastano appena due
settimane per pensare a quanto sarebbe inopportuno, stupido, a quanto
sarebbe banale se in questa terra che dicono delle contraddizioni
esistesse qualcosa in più di ciò che serve a mangiare, a dormire, a
pisciare e a campare.
A
Betlemme, ad esempio, non ci sono piazze monumentali.
Il
motivo è semplice. Sono inutili. Oppure ci sono state, sono state
bombardate e mai più ricostruite, perché inutili, credo, o perché
negli ultimi anni ci si sta impegnando di più alla costruzione del
muro che la separa dalla città di Gerusalemme; un muro spesso, che
le gira tutto intorno, di un colore grigio topo ravvivato da alcuni
murales colorati visibili soltanto da parte Palestinese.
All'alba
di questa mattina, la bambina con lo sguardo imbrattato di kajal,
provvista di foulard, di un pigiama arancione con orsetto e della
consueta scatola di biscotti del 1988 con dentro sassolini colorati,
è scesa in strada a lavorare; che se fosse andata bene e non me li
avesse regalati tutti perché quel giorno avevo gli occhi belli, ci
avrebbe fatto tre euro.
Invece
mi ha bussato in pancia e, non avendo avuto alcun tipo di risposta, è
andata a fumare in disparte accanto a un cammello.
Avrei
voluto portarla via. Sarei dovuta restare lì.
Dovevo.
Potevo. Volevo.
Il
diario di viaggio è caduto dentro un laghetto di piscio.
Se
ci fosse caduta la reflex che ho rubato adesso mi sentirei peggio,
sebbene non ricorderò mai cosa ha avuto il coraggio di partorire la
mia testa per i prossimi dodici fogli, e voi non saprete mai chi è
il colpevole del soffocamento di una blatta gigante che sostava a
riflettere stamattina sotto il materasso bucherellato dal quale sto
scrivendo.
Ah,
una terribile notizia per gli ottimisti che amano curare da sempre il
proprio orticello: le ragazzine dalle labbra rosse e dal piede
leggero che a sedici anni impugnano un kalashnikov senza avere avuto
mai le mestruazioni, la fame che si legge negli zigomi sporgenti dei
bambini e i confini cementati color grigio topo non restano elementi
circoscritti di una società lontana incapace di turbare i vostri
quartieri, un vicinato cordiale e il giornalaio di fiducia in cui
passare le mattinate in compagnia dei grattaevinci perché la storia
ci insegna, nella maggior parte dei casi, che non esistono confini in
grado di sterilizzare un paese dalle infezioni interne di un altro.
Auguri.
| inviato da Variazioni il 11/1/2010 alle 0:37 | |
26 ottobre 2009
Buoni propositi in Terra Santa
Ho
rubato una reflex e non ho intenzione di restituirla.
Prometto che farò penitenza poi, sul Monte Carmelo.
| inviato da Variazioni il 26/10/2009 alle 8:39 | |
20 ottobre 2009
Un giorno questo dolore ti sarà utile.
Martedì
ore 22,00: La scena si ripete puntualmente a ritmi semestrali
raggiungendo i picchi più alti in Ottobre, che non a caso è anche
il periodo delle castagne e quello in cui cadono più capelli. Tipica
fuga dalle persone, dalla cruda versione dei loro volti, dall'inutile
aurea di perbenismo, e una partenza in Terra Santa, dove per molti
tutto ha un inizio, ma dove è importante che per me abbia una fine. I
punti di vista mi destabilizzano, ho un senso dell'orientamento che
mi farebbe smarrire anche dentro un cesso 2x3, quindi scelgo il
minimalismo di una posizione fetale sul parquet di casa, che fossero
state mattonelle avrei messo sopra un telo. E
ricostruisco il nulla. E il tutto. Perché proprio mentre cercavo di
perderti mi sono persa tutto il resto.
Penso
ad un assetto autobiografico per i miei libri e per quelle tarme che
vivono da anni dentro gli stessi libri. Quelli di quando mio nonno,
prima di restare folgorato in un'altra via lontana da Damasco, voleva
prendere i voti e farsi prete, quelli che non avendo più la
copertina partono dal sommario, quelli che ho scarabocchiato da
bambina per far capire a chi di dovere che non sarei mai diventata
una persona per bene, una fabbricasoldi,
una che aspira ad una vita serena e che gradirebbe i libri ancora in
perfetto stato così da poterli esporre nella libreria di famiglia,
accanto alla Treccani e ai giradischi coi discorsi del Fuhrer.
Passo
il tempo incorniciando una citazione di Peter Cameron tratta da “Un
giorno questo dolore ti sarà utile” (lo speriamo in molti),che
appenderò un giorno accanto al citofono, quando ormai signorina
settantenne del quartiere riuscirò a dialogare solo coi gattacci di
strada.
[...]Non
sono uno psicopatico (anche se non credo che gli psicopatici si
definiscano tali), è solo che non mi diverto a stare con gli altri.
Le persone, almeno per quello che ho visto fino adesso, non si dicono
granché di interessante. parlano delle loro vite, e
le loro vite non sono interessanti. Quindi
mi secco. Secondo me bisognerebbe parlare solo se si ha da dire
qualcosa di interessante o di necessario. Non mi ero mai reso conto
di quanto questo stato d'animo mi avesse complicato la vita[...]
| inviato da Variazioni il 20/10/2009 alle 22:58 | |
8 ottobre 2009
Hofstadter
“Per ogni grammofono esiste un disco che quel grammofono non può suonare perché ne causerebbe indirettamente la distruzione.”
Douglas
R. Hofstadter
| inviato da Variazioni il 8/10/2009 alle 22:16 | |
9 agosto 2009
Influenze estive
Assenza
(Vinicius
De Moraes)
Io
lascerò che muoia in me
il
desiderio di amare i tuoi occhi, che sono dolci
Perché
nulla ti potrei dare tranne la pena
di
vedermi eternamente esausto.
Eppure
la tua presenza è una cosa qualunque,
come
luce e vita,
ed
io sento che nel mio gesto esiste il tuo gesto
nella
mia voce, la tua voce.
Io
lascerò... tu andrai
e
accosterai il tuo viso a un altro viso,
le
tue dita allacceranno altre dita
e
tu sboccerai verso l'aurora,
ma
non saprai che a coglierti sono stato io.
Perché
io sono il grande intimo della notte,
perché
ho accostato il mio viso al viso
della
notte ed ho sentito il tuo bisbiglio amoroso...
...ed
ho portato fino a me
la
misteriosa essenza del tuo abbandono disordinato.
Io
resterò solo, come i velieri nei porti silenziosi,
ma
ti possiederò più di chiunque,
perché
potrò partire.
E
tutti i lamenti del mare, del vento,
del
cielo, degli uccelli, delle stelle
saranno
la tua voce presente,
la
tua voce assente,
la
tua voce rasserenata.
| inviato da Variazioni il 9/8/2009 alle 20:20 | |
1 luglio 2009
Scent of a woman.
Sulle note di Gardel non sono mai stata così fatalista e disinteressata come oggi.
| inviato da Variazioni il 1/7/2009 alle 18:13 | |
30 maggio 2009
Maggio tutto.
I chiodi di garofano sbagliati
Jerevan in autunno
I collassi di metà mattina
Il tempo che passa e che ogni notte
frena.
Gli americani a cui non spetta il
ridotto
Il rond de jambe
Lo scavo a Milena
El Pueblo senza additivi
Le scapole allo specchio
Il ricordo dell'allattamento
Federico II in biglietteria
La corrispondenza non dovuta.
I libri di Rosa Matteucci
Un avambraccio col triangolo e
l'occhio inscritto.
Le torri che crollano con la disarmonia della ragione che viene.
| inviato da Variazioni il 30/5/2009 alle 14:36 | |
11 maggio 2009
Patchwork 0.11
“Parliamo, da quando?
Chi ha cominciato? Non so.
I giorni, le mie domande:
oscure, ampie, vaghe
le tue risposte: le notti.
E insieme formano il mondo, il tempo
per te e per me...”
“...Svia il suo sguardo, che non
mi veda, che creda
di essere sola.
Che io, finalmente, sappia
com'è quando sta sola...”
“...E finché tu non verrai
io rimarrò alle soglie
dei voli, dei sogni,
delle scie, immobile.
Perché so che là dove sono stato
né ali, né ruote, né vele
conducono.
Hanno tutte smarrito il cammino.
Perché so che là dove sono stato
si giunge solo
con te, attraverso di te.”
“...Mutare tutto in forse,
in mero caso, sognandolo.
Così, quando vorrà smentire
ciò che mi disse allora,
non mi morderà il dolore
d'una felicità perduta
che io tenni fra le braccia,
come si tiene un corpo.
Crederò di aver sognato.
Che tutte quelle cose, così vere,
non ebbero corpo, né nome.
Che perdo
un'ombra, un sogno ancora.”
“...E mai ti sei sbagliata,
solo una volta, una notte
che t'invaghisti di un'ombra
- l'unica che ti era piaciuta - .
Un'ombra pareva.
E volesti abbracciarla.
Ed ero io.”
P.Salinas da "La voz a ti debita"
| inviato da Variazioni il 11/5/2009 alle 0:11 | |
8 maggio 2009
Casi di revisionismo storico alla Giudecca
In una calda mattina di Maggio due
vecchietti passeggiano dentro il ronco sul quale si affacciano i
miei balconi; ad un tratto uno di loro scorge alla finestra il
poster del Che che un noto personaggio del mio quartiere, ormai
ergastolano, ha deciso di sfruttare tentando di coprire un vetro
mancante. Il vecchietto, perplesso, domanda:
“Cu è chiddu na fotu?”, l'altro con tanto di dito puntato sul
naso risponde: “Comu cu è? Che Guevara! Altrimenti detto
Mussolini”.
| inviato da Variazioni il 8/5/2009 alle 12:28 | |
6 marzo 2009
Pillole di saggezza on the bed.
"Ogni posto è una miniera. Basta lasciarcisi andare, darsi tempo, stare seduti in una casa
da tè ad osservare la gente che passa, mettersi in un angolo del
mercato, andare a farsi i capelli e poi seguire il bandolo di una
matassa che può cominciare con una parola, con un incontro, con l'amico di un amico di una persona che si è appena incontrata e il posto più scialbo, più insignificante della terra,
una finestra sulla vita, un teatro di umanità dinanzi al quale ci si
potrebbe fermare senza più il bisogno di andare altrove. La miniera è esattamente là dove si è: basta scavare." Tiziano Terzani
| inviato da Variazioni il 6/3/2009 alle 14:33 | |
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